15 minuti con Dave. Prima, durante e dopo l´intervista.
Elena Pizzetti
Mancano pochissimi giorni al concerto di Milano e al relativo weekend con-fusionario. Sono al telefono con Corsina che vuole definire gli ultimi dettagli logistici: ‘Vieni? Quando vieni? Come vieni? Dai, vieni in macchina. Vieni sabato´. Superflue inezie dell´ultimo minuto, insomma.
Mentre parliamo riceve una telefonata dal Buscadero e mi saluta in fretta. Mi richiama dopo pochi minuti un po´ preoccupata perché a quanto pare, per imprevisti dell´ultimo minuto, non ci sono giornalisti disponibili per l´intervista face to face con Dave Matthews che ha fatto avere alla rivista. ‘Che problema c´è?´, penso, ‘la faccio io!´, dico. Fa seguito una complicatissima, laboriosa e cervellotica organizzazione che si svolge più o meno così: ‘ma scherzi o sei seria?´ ‘sono seria´ ‘ok, lo chiamo´; lo chiama; ‘fai l´intervista a Dave´ ‘va bene´. In due minuti netti tutto è deciso.
Mi sembra di aver metabolizzato serenamente l´idea fino a cena, quando mi rendo conto che, mentre racconto rapita l´accaduto a mio fratello, sto masticando un petto di pollo e ne ho già inghiottiti quattro. Niente di strano, se non fossi rigorosamente vegetariana da alcune settimane.
Domenica e lunedì mattina preparo l´intervista, aiutata dai preziosissimi consigli di Corsina, che sa già cosa Dave risponderà a ogni domanda, e di Benedetta, con cui condivido un´esilarante simulazione in inglese. Non sarei tanto preoccupata, se tutti non mi dicessero in continuazione di non preoccuparmi. ‘Stai tranquilla!´. Ma io ERO tranquilla!
Lunedì pomeriggio, mentre il taxi ci porta al PalaSharp, non avrei comunque le energie per agitarmi: sono due notti che dormo pochissimo e non mangio niente dalla sera prima; la stanchezza ha la meglio su qualsiasi altra cosa. E poi non sono preoccupata davvero. Se ho qualche pensiero, riguarda solo il fare bene l´intervista: non ne ho mai fatta una; dovrò usare un registratore non mio che non avrò tempo di provare; funzionerà? Dovrò essere professionale ma allo stesso tempo non voglio che si crei un´atmosfera troppo formale; ci riuscirò? Il pensiero che sarà Dave l´intervistato per assurdo mi tranquillizza: non l´ho mai incontrato prima, non l´ho neanche incrociato in occasione dei concerti passati, eppure sono sicura che mi sentirò subito a mio agio, e proprio grazie a lui.
Arriviamo al PalaSharp con un po´ di anticipo e accompagno Corsina alla ricerca del tour manager a cui deve consegnare i regali. Pioviggina e fa freddissimo dentro la giacchetta primaverile che ho ottimisticamente portato a Milano. Un sorridente ragazzo dai lunghi ricci castani esce dal container (è proprio un container) del catering e ci chiede se abbiamo bisogno di qualcosa. Corsina gli spiega che deve incontrare G. e lui si offre di andare a cercarlo. Scompare nell´enorme cupola grigia del palazzetto e ne esce pochi minuti dopo dicendo che l´ha fatto chiamare via ricetrasmittente e sta arrivando. La sera, durante l´opening act, ritroveremo il nostro gentile aiutante sul palco: non si trattava di un membro della crew bensì di Terry Wolfers, bassista degli Alberta Cross. E chi lo sapeva?
Un´altra breve, gelida attesa e finalmente la testa colbacco-munita di G. sbuca da una porticina. Corsina entra per consegnargli i pacchi e io li saluto perché mancano dieci minuti all´appuntamento dei giornalisti con gli addetti della Warner che ci scorteranno dentro il palazzetto. Mentre esco vedo i tanti Con-fusionari in attesa all´ingresso-braccialetti, ma non ho tempo di fermarmi a salutare nessuno. Livio mi spiega in fretta come impostare il microfono del registratore che mi ha prestato. Sta aspettando di avere il via libera per entrare nel backstage ed è sulle nuvole: gli chiedo due volte da che lato mi conviene passare per andare alla cassa dall´altra parte del palazzetto, ma non è in grado di intendere e di volere. Così lo saluto e decido di scegliere il lato sbagliato: un prato completamente infangato che percorro in fretta, saltellando da una macchia erbosa all´altra.
Alla cassa accrediti ci sono già gli altri giornalisti che intervisteranno Dave: tutti uomini. Questo gioca a mio favore per il ‘fattore-intenerimento´, come prospettato da Corsina e Benedetta. Veniamo scortati all´interno e ci sediamo sugli spalti ancora deserti. Ritrovo Livio e Corsina, che si aggirano senza meta pensando a come sfruttare il loro all access nell´attesa del meet & greet. Ci scambiamo i nostri pareri sulla dubbia estetica del PalaSharp. Immagino come sarebbe bello, però, improvvisare un remake del video di You and me, con tutti i Con-fusionari a riempire i seggiolini blu. Ma il loro posto oggi sarà nelle prime file: faccio in tempo ad assistere all´impetuoso ingresso dell´ondata con-fusa che si riversa a ridosso delle transenne. Uno dei giornalisti di fianco a me commenta: ‘ma questi chi sono, sono stranieri?´ Forse non ci si aspetterebbe un tale copioso entusiasmo da parte dei fan italiani. Ci viene comunicato che le interviste si faranno nel camerino di Dave. Appena finiranno le TV toccherà a me. Avrò a disposizione 15 minuti.
Vengo accompagnata nel backstage e aspetto una decina di minuti in uno stretto corridoio, lungo cui aleggia il suono del sax di Jeff Coffin che sta provando dietro una delle numerose porte. Arriva Carter sfoggiando i suoi trentadue denti smaglianti e un paio di enormi cuffie. Poco dopo esce Jeff, sax al collo; si affaccia all´interno del palazzetto, scambia due parole con un membro della crew e si incammina nuovamente verso il suo camerino. Passando incrocia il mio sguardo e mi rivolge un ‘Hi!´ e un sorriso che rimbalzano sulla mia bocca in modo contagioso. L´atmosfera è permeata di good vibes. Una porta sulla sinistra si apre e il ragazzo che mi accompagna mi fa cenno di seguirlo. Escono i giornalisti di La7 con la loro ingombrante attrezzatura ed entro io.
Dave è in piedi al centro del camerino e la prima cosa che mi colpisce è la sua immensità. Non si tratta solo della sua altezza e della sua imponenza, è qualcosa di più: un´intangibile emanazione che lo fa percepire ancora più grande, come se la sua presenza si espandesse, oltre i confini fisici, in tutta la stanza. Mi viene incontro e mi accoglie con un sorriso mentre i suoi occhi, più che guardare, mi scrutano in modo tutt´altro che fastidioso. Un collaboratore mi chiede il nome del ‘mio´ giornale e quando rispondo ‘Buscadero´ dice a Dave ‘eravate sulla copertina di questa rivista il mese scorso´. Gli consegno subito la copia del numero di febbraio con la traduzione di Benedetta e Carla. Dave indica la fotografia facendo una battuta sui tremendi capelli che aveva quel giorno e scoppiamo a ridere. Mi chiede come mi chiamo e quando rispondo ‘Elena´ lui ripete con aria interrogativa ‘Elèèèna?´ Lo correggo in tono scherzosamente arrabbiato: ‘No, Èlena!´ Ritenta: ‘Elèèèna!´ Ormai è una questione di principio per me: ‘No, Èèèlena!´ Finalmente lo pronuncia in modo corretto e quando mi congratulo con un caloroso ‘Yeah!!´ ripete a raffica ‘Èèèlena! Èèèlena!´ con un pathos esagerato, accompagnato dalla sua gestualità pantomimica. E´ un inizio decisamente buffo, non potevo chiedere di meglio.
Si siede sul divano; di fronte ci sono due poltrone al di là di un tavolino zeppo di fogli. Gli chiedo dove posso sedermi mentre mi avvicino a una delle due poltrone, ma lui dà due pacche sul divano e mi dice ‘qui, qui!´. Mi siedo accanto a lui e sistemo i due registratori sul tavolino: spiego che ne ho due perché uno a volte non funziona. Infatti farà cilecca. Mentre posiziono microfono e intervista gli chiedo come sta e se è contento di essere di nuovo in Italia. Lo è, e molto. Prima di iniziare gli spiego che oltre a essere l´intervistatrice per il Buscadero faccio anche parte di Con-Fusion. Lui annuisce sorridendo: ‘Oh, nice!´ Lancio un´occhiata ai suoi fogli: sono pieni di disegni e scarabocchi. Su di uno sta abbozzando la setlist del concerto. Gli chiedo se vuole ancora un attimo o se possiamo iniziare e si solleva immediatamente dal foglio esclamando ‘No, no!! Comincia!!´ come se non ci fosse neanche da chiedere.
I quindici minuti successivi volano, e quello che contengono lo potrete leggere sul Buscadero di aprile. Qui riporterò solo le annotazioni che non ho inserito nell´articolo, ritenendole poco interessanti per il lettore medio del ‘Busca´.
Dave ascolta le mie domande fissandomi con un´espressione che sembra voler dire ‘ma cosa stai dicendo?´. Invece si tratta della sua tipica faccia in modalità-massima-attenzione. Quando gli faccio la domanda sulla recitazione di colpo mi fissa facendo scattare il famoso sopracciglio, tanto che mi fermo un attimo guardandolo con aria interrogativa per capire se ho detto qualcosa di sbagliato. Lui si rende conto di avere un´espressione ambigua, perché riabbassa subito il sopracciglio e si distende dicendomi ‘sì-sì-sì continua!´.
Alla fine di ogni domanda, il suo magnetico silenzio si trasforma in una cascata di parole, accompagnata da un fitto gesticolare. Risponde con un trasporto e un´energia che racchiudono tutta la sua serietà e disponibilità. Ogni tanto, di colpo, si ferma a riflettere cercando le parole giuste: attimi sospesi in cui il suo sguardo si perde lontano e mi viene quasi da trattenere il respiro per non disturbare con il minimo rumore la sua concentrazione. In un paio di occasioni, prima di cominciare a parlare, traccia scarabocchi su un foglio finché dalla sua biro prende forma la parola chiave della sua risposta.
Ho in borsa una penna, ma rinuncio subito a prendere appunti: il registratore farà il suo lavoro e non voglio intaccare l´atmosfera che si è creata, a metà strada tra un´intervista e una lunga chiacchierata. Mi sembrerebbe fuori luogo fissare un foglio mentre mi parla. E poi, dopo tutta la fatica per ottenere l´intervista ‘face to face´, stare faccia a faccia con lui mi sembra il minimo! Inaspettatamente riesco a sostenere il suo sguardo per tutto il tempo, cosa che a volte mi è difficile persino con gli amici. Essere lì su quel divano mi sembra la cosa più naturale del mondo, è come se ci fossimo già incontrati tante volte prima.
Nell´articolo riporterò solo domanda-risposta per una questione di leggibilità (soprattutto conoscendo la grafica editoriale del giornale), ma durante le sue risposte e tra una domanda e l´altra ci sono molti scambi di battute. Quando parliamo dell´artwork di Big Whiskey non posso non fargli i complimenti per quel capolavoro. Mentre parla di LeRoi gli ricordo la bellissima frase tratta dal documentario di Erickson in cui si dice che quando suonava dava l´impressione di essere da un´altra parte, e da questo spunto inizia il suo bellissimo confronto tra Roi e Jeff. Alla parola ‘Lucca´ esplode il suo entusiasmo, non mi lascia neanche finire la domanda e inizia a ricordare quella ‘great night´. Gli dico che è stato il concerto più lungo della storia della DMB e si fa attento e stupito perché non ne aveva idea. Nelle interviste successive, su Rockol e Radio Due ad esempio, sarà lui a dirlo agli intervistatori rispondendo alla domanda di rito sull´epico concerto.
Un quarto d´ora dura meno di quanto pensassi, e quando mi viene comunicato che mancano due minuti ho ancora tantissime domande in scaletta. Ne scelgo tre, tra cui una fortemente voluta dal giornale e due che tocchino argomenti diversi, per riuscire a mantenere, nonostante il ristretto numero di domande, la varietà che avevo cercato di creare all´interno dell´intervista. La gentilezza di Dave non ha limiti: osservando il foglio con le domande rimaste mi chiede scusa per le lunghe risposte che ha dato. Finita l´intervista si alza per ringraziarmi e dirmi che è stato un grande piacere conoscermi. Va tutto al contrario o sbaglio?
Chiedo se posso fare un paio di foto per il giornale. Nonostante il tempo sia scaduto e varie persone stiano entrando nel camerino per preparare l´intervista successiva, tutti sono molto disponibili e mi lasciano ancora un minuto. Ovviamente tiro fuori la macchina fotografica e… non si accende. E´ la giornata fortunata per le tecnologie: uno dei due registratori dopo la prima domanda ha smesso di registrare, cosa che ha notato anche Dave (‘Questo non funziona? Come mai?´). Per fortuna ho in borsa anche la telecamera. La prendo al volo e scatto due foto a Dave. Torno sul divano per una veloce foto insieme a lui, ringrazio tutti e saluto. Raccolgo le mie cose ed esco più in fretta che posso per non sforare. Così in fretta che fuori mi accorgo che la telecamera sta sfidando la forza di gravità per non cadere dalla borsa, e che ho dimenticato sul tavolino i fogli con le mie domande.
Quando esco passo dal parterre per salutare Fede e qualche Con-Fusionario nelle prime file. Proprio adesso che tutto è finito ed è andato per il meglio mi vengono tutte le ansie del mondo: il registratore di Livio avrà funzionato? Non so come riascoltare la traccia e ho paura di cancellare il file; lui è al meet & greet, quindi fino alla fine del concerto non potremo controllare ci sia tutto. Per sicurezza decido di annotare a mente fresca quello che riesco a ricordare. Ma non ho fogli, li ho dimenticati nel camerino! Nicola, un amico di Domenico, mi offre l´unica cosa cartacea che possiede: un giornalino con gli eventi milanesi. Vado a sedermi sugli spalti, dove decido di assistere al concerto essendo esausta, e inizio a scrivere alla velocità della luce, ma… senza luce: gli Alberta Cross hanno iniziato a suonare e il PalaSharp si è spento. Dietro di me c´è Denis che, impietosito, mi presta il suo iPhone per farmi luce con il display. Riempio i margini del giornale con fitte frasi scritte in ogni forma e direzione. Ovviamente a fine concerto scoprirò che tutto è stato registrato alla perfezione e le mie ansie erano vane.
Mentre chiacchieriamo Denis mi chiede com´è andata l´intervista e mi dice che darebbe qualsiasi cosa per incontrare Dave un giorno. Pochi minuti dopo Corsina viene a sedersi accanto a me e, ignara di tutto, dopo aver visto la bellissima maschera che Denis indosserà a Padova, lo inserisce nella lista per il meet & greet veneto. Sono contenta per lui, per me, per tutti quelli che lungo la settimana avranno la possibilità di incontrare Dave, salutarlo, regalargli le proprie creazioni, vederlo suonare a pochi metri. Contenta, ma troppo esausta per godermi il concerto. Ho già il rimorso per la mia assenza a Roma e Padova, ma non potrò proprio esserci.
I giorni successivi sono stracolmi dei ricordi dell´intervista, della serata, del surreale weekend milanese, ma sono anche tempestati dai racconti di chi ha assistito alle date successive, che sembrano essere una continua escalation. Se non vedo un altro concerto implodo, lo sento. Che fare? Semplice, andare a Londra il 6 marzo.
Nel giro di un paio di giorni organizzo tutto: voli, visita a Riccardo a Oxford, e soprattutto biglietti per il concerto: il parterre è esaurito e io devo averlo. Benedetta mi mette in contatto con Diego, che è nella mia stessa situazione. Tra funambolici acquisti online, spedizioni aleatorie e email strappalacrime ci ritroviamo con quattro biglietti in due. Ma ‘l´importante è esserci´: ce la raccontiamo così.
Sabato mattina atterro a Luton, dove vengo rapita da Corsina su un taxi color melanzana che ci porta a Londra. Alla guida, un tassista indiano dall´inglese incomprensibile che vuole essere assolutamente sicuro che capiamo dove si trovano i magazzini Harrod´s.
Corsina vuole farmi avere un pass per il backstage. Sottointeso che mi piacerebbe tantissimo, ma sono un po´ combattuta perché ho appuntamento all´O2 Arena con Riccardo, che viene da solo al concerto e mi ospiterà a Oxford la notte, e non voglio abbandonarlo. Ma riusciamo a cambiare i programmi della giornata: si dirige anche lui verso l´albergo di Corsina e ci troviamo tutti nella hall dove chiacchiereremo per un paio d´ore aspettando Benedetta, Diego e Rodrigo, che in realtà per tutto il tempo è in una stanza proprio sopra le nostre teste. A quanto pare le receptionist fanno parte di un complotto per impedire che lui e Corsina si incontrino.
Altro taxi altra corsa. Attraversiamo tutta Londra diretti all´Arena. Corsina entra per ritirare i pass e torna con il terzo per me: a quanto pare oggi mi chiamerò Corsina Androiano e con un po´ di fortuna saluterò di nuovo Dave. Insieme a Benedetta andiamo subito nel backstage. Corsina saluta J. e gli spiega che vorrebbe presentarmi al tour manager. O meglio vorrebbe dirgli questo, ma in inglese gli dice ‘I want to present Elena to G.´; una specie di ‘voglio regalare Elena a G.´ J. urla: ‘G., c´è una ragazza in regalo per te, da portare in Virginia!´ Scoppiamo tutti a ridere e gli dico ‘Per me andrebbe benissimo!´
Rimaniamo ad aspettare che G. si liberi e vedo con la coda dell´occhio un´inconfondibile figura uscire da una porta: è Dave, ‘l´uomo perennemente appena sveglio´, che ci viene a salutare. Mi riconosce, cosa che non mi aspettavo anche se sono passati pochi giorni da Milano. Ci chiede come stiamo, distribuisce baci sulle guance mie e di Benedetta e vedo Corsina scomparire dietro di lui avviluppata in un abbraccio. Sono contenta di incontrarlo in una situazione più informale rispetto a quella di Milano: lì, anche se l´atmosfera era tutt´altro che tesa, eravamo comunque calati nelle parti di intervistatrice e intervistato. Qui siamo solo Èèèlena e Dave.
Corsina gli regala una copia di Scratch my back e gli chiediamo come mai non abbia preso parte al progetto, dal momento che Peter Gabriel voleva contattarlo. Risponde stupito che non ne sapeva niente. Facciamo qualche battuta sul fatto che forse Peter si è dimenticato di chiamarlo e io chiedo a Dave se la sua segreteria telefonica funziona. Risponde di sì sorridendo, mentre J. ride di gusto. Un po´ disorientato, alla fine Dave ci chiede ‘ma quindi non ci sono in questo cd giusto?´ ‘no…´ ‘ok.´ Lo salutiamo e rinunciamo a incontrare G. Mentre camminiamo lungo il corridoio ci passa a fianco Tim, che con fare galante ci tiene aperta la porta invitandoci a passare prima di lui e ci chiede ‘Come state oggi?´. Nei minuti passati nel backstage tra Milano e Londra non ricordo di aver avvertito neanche per un attimo, da parte di nessuno, una sensazione che non fosse di gentilezza, rilassatezza e simpatia.
Mentre usciamo penso a quanto sia buffo che alla fine non siamo riuscite a salutare G., ma abbiamo casualmente incontrato Dave e Tim. Raggiungiamo Riccardo e Diego al pub, dove finalmente pranziamo (sono le 6). Poi ci dividiamo e ci appostiamo per il concerto. Io e Benedetta approfittiamo del pass per entrare nel parterre prima dell´apertura dei cancelli, e ci appropriamo del centro della transenna. Attorno a noi si posizionerà un gruppetto di sfegatati - alcuni alticci - fan provenienti da Canada, Germania e Inghilterra: una delle più spassose compagnie che mi sia mai capitata vicino. Vedendo i pass che abbiamo al collo ci chiedono come li abbiamo avuti e ascoltano interessati mentre gli spieghiamo cos´è Con-Fusion e raccontiamo delle iniziative organizzate grazie al prezioso lavoro dello staff. Di fianco al palco compare Corsina, che viene a presentarci Rodrigo. Purtroppo non abbiamo modo di chiacchierare, ma il brevissimo incontro è sufficiente per confermare a pelle la splendida persona che è.
Poco dopo, a un paio di metri dal nostro naso, Dave e colleghi fanno esplodere il miglior concerto della DMB a cui io, nel mio piccolo, ho assistito. E uno dei tre più belli della mia vita. Lo dico sempre, lo so, ma questa volta è vero! Prima del concerto, con Benedetta, fantasticavo di andare alla data di Manchester il giorno dopo; a fine serata, sull´ennesimo taxi che ci porta verso Victoria Station, non ne sento più il minimo bisogno. Ci sono i bei concerti, quelli che ti lasciano la sensazione di volerne subito ancora. E poi ci sono eventi irripetibili che ti fanno sentire appagato per un anno intero. Nella mia testa, però, ronza la domanda che tutti noi non riusciamo a trattenere: ma quando tornano?